Recensione del film Arrival
Denis Villeneuve dirige il film "Arrival", che unisce introspezione a fantascienza.
Arrival è il film di Denis Villeneuve con Amy Adams, Jeremy Renner e Forest Whitaker (leggi l'intervista agli interpreti).
Un’astronave è posizionata sopra un vasto prato. Louise Banks (Adams) è una linguista che è arruolata per cercare di comunicare con gli alieni. In seguito anche Ian Donnelly (Jeremy Renner), fisico che si occupa della comunicazione attraverso la matematica è reclutato nel team.
I primi venti minuti del film sono quelli di un classico thriller, con luci soffuse, frasi allusive, rapporti personali che potrebbero incrinarsi. Si procede in maniera lenta, come l’avvicinarsi di Louise in elicottero verso l’astronave, mentre la campagna tace alla presenza dell’oggetto dalle linee curve. Il momento della vestizione, della marcia in auto verso l’astronave sembrano quelli di marcia verso un luogo religioso.
Quando cominciano le prime comunicazioni, gli extraterrestri si manifestano come linee fumose, che assumono forme circolari e che Louise cerca di decifrare. Tanta è la sua passione che in un ennesimo incontro si toglie la tuta protettiva: anche Ian la segue, ma quello che sembra un colloquio silenzioso in realtà modifica le aspettative. Le astronavi infatti si disseminano in varie parti della Terra e con essi i dubbi di Louise.
Si comprende come gli attacchi alieni siano lontani da questo film, con laser inceneritori sparati contro gli umani come invece accadeva in “La guerra dei mondi” (2005) di Steven Spielberg. Lo stesso regista è stato assunto ad emblema per il film del 1977, “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, in cui gli alieni sono sempre pacifici.
In un periodo di esigenza di emozioni forti, un film come “Arrival” è più adatto per un pubblico televisivo che per uno cinematografico. La trama evolve con le visioni di Louise che vede squarci del suo futuro grazie al contatto alieno, ipotesi di pericolo, le nazioni che si mobilitano per una minaccia in realtà inesistente. Fino ai due terzi del film si alternano solo discorsi e non azioni. Non emerge un dilemma personale, necessario in film simili in cui l’oggetto “malefico” in realtà non agisce. Così come avvenne nel citato film di Spielberg del 1977: lì il titubante scienziato Roy decide di seguire gli alieni.
In “Arrival” solo nel finale si hanno dei colpi di scena, blandi comunque rispetto alla trama precedente. Come in questi casi è necessario, la maggior parte dell’appeal si trova negli effetti speciali. Il novanta per cento del film è girato all’esterno dell’astronave, e per creare la sensazione di possibile invasione si sono usati satelliti spia, elicotteri e droni. L’utilizzo del CGI per gli effetti visivi si è dovuto scontrare con l’esigenza di girare un film naturalistico, aggiungendoli in un secondo momento. A ciò si unisce l’uso della fotografia di Bradford Young, che aveva l’intenzione di creare una ‘fantascienza sporca’ - come l’ha definita lui stesso - dando la sensazione che tutto fosse successo in una “brutta mattina di martedì”, con un’atmosfera che si allontana dallo scopo dei film kolossal.
Villeneuve restituisce il senso di paura del dissimile, e al contempo il fascino che suscita. Ha focalizzato l’attenzione nel momento in cui un aspetto inesplorato della vita può essere ancora inseguito, perché non risulta minaccioso. Ma crea anche dubbi, gli stessi di Louise nelle sue visioni future. Dilemmi che il regista pone al centro del suo lavoro dal film “Enemy" (2013) dove un uomo cerca la verità sul suo doppio, a in “Sicario” (2015) in cui un’agente dell’FBI non sa discernere il bene dal male. “Arrival” attraverso gli alieni racconta così la storia intima di Louise, e la stessa Adams sa sfrondare l’interpretazione da eccessi, per renderla fulminea. Nonostante le visioni del futuro - impartite grazie agli alieni - Louise procede nella sua quotidianità.
Ma per un film che appartiene al genere fantascienza non basta, rendendolo così intasato di messaggi.
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