Recensione del film Passengers
"Passengers" ha nell'argomento del viaggio e dell'incontro i suoi punti fondamentali, che però ne segnano anche la fragilità. I protagonisti sono Chris Pratt e Jennifer Lawrenc
Passengers è il film sci-fi di Morten Tyldum, con un cast composto da Chris Pratt, Jennifer Lawrence, Michael Sheen e Andy García.
La storia di fantascienza di Jim (Pratt) e Aurora (Lawrence) non può essere definita fluida. Le scene tendono a surclassare la trama, scritta nel 2007 dallo sceneggiatore Jon Spaihts e giunta nella blacklist delle più promettenti.
Quando vediamo flirtare i due protagonisti nell’astronave Avalon, sembrano sprovveduti al primo appuntamento, e la suspense non esisterebbe se non ci fosse l’antefatto dell’ibernazione: infatti Jim e Aurora sono stati sottoposti assieme ad altri umani ad un processo di crioconservazione, cosicché dovrebbero svegliarsi dopo 120 anni in un nuovo pianeta. L’obbiettivo dell’ingegnere Jim è contribuire ad iniziare una nuova civiltà nel lontano mondo, mentre quello della scrittrice Aurora è essere la prima persona nella storia a fare un viaggio di andata e ritorno.
Troppo geometrici sono i caratteri dei due personaggi, su cui si regge l’intero film. Come le scenografie di Guy Hendrix Dyas, per essere allettanti. Dyas ha già lavorato a “Inception”, “Steve Jobs” e ”Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo”. È lo spettacolo visivo a rischiarare lo schermo più della relazione tra Jim e Aurora.
Il genere sci-fi infatti dopo ”Mission to Mars” (2000) di Brian De Palma ha subito una evoluzione, segnata dal dubbio se anche in un ambiente futuribile possano essere provati atteggiamenti umani. In quel film la scena del membro dell’equipaggio Woody che fuori dalla navicella manca l'aggancio con un satellite e - pur di evitare che la moglie Terri si metta in pericolo per salvarlo - si toglie il casco della propria tuta e muore è un mirabile esempio di rapporti umani immersi nella galassia. L’amore vince anche fuori da una navicella, tanto che risuonano anche brani de “l’Orlando Furioso” di Ludovico Ariosto, tanto sono universali i temi da raccontare. In “Avatar” (2009) di James Cameron questo processo trova un apice, con un Jake Sully ex-marine paralizzato che cerca una nuova vita. “Gravity” (2013) segna a sua volta un ritorno a temi umani, tanto che anche nel film di Alfonso Cuarón i protagonisti sono due, con la decisione di una morte per salare la vita altrui, tanto ce il comandante Matt Kowalsky si lascian andare alla deriva nello spazio per evitare la stessa sorte anche alla Dottoressa Ryan Stone. Scene nello spazio degne del migliore cinema d’azione.
In “Passengers” questo meccanismo di conoscenza umana prende avvio, ma poi si perde in problematiche ingegneristiche, come portelloni che si aprono risucchiando la protagonista, acqua che invade la piscina in cui lei fa il bagno. I due si svegliano 90 anni prima del previsto, a causa di un malfunzionamento al sistema delle loro capsule: la ricerca del guasto pare un escamotage troppo labile. E non è supportato da momenti d’azione paragonabili a quelli di “Gravity”.
L’idea iniziale poteva essere stuzzicante, scoprire che i propri obbiettivi per cui si è rinunciato alle comodità della vita sono incrinati, con la possibilità che si frantumino. E in questa situazione cedere all’imprevisto dell’amore, fino a lasciarsene trascinare. Era un assunto originale, che poi la sceneggiatura rende trito.
"Si tratta di personaggi che di fronte a situazioni estreme - ha affermato Morten Tyldum - devono fare scelte estreme”. Lo stesso regista ha forzato la credibilità in “Imitation Game” (2014), che però aveva un intreccio più solido, tra salvezza dei vite nella Seconda Guerra Mondiale e problemi personali del protagonista.
In “Passengers” Interessante è il ricorso a scelte retrò, come la Suite Vienna, su due livelli, con colori caldi. A ciò si unisce l’uso di effetti speciali visivi Erik Nordby, capaci di creare una soggezione che però non accontenta.
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