Venezia 73: L'argent, recensione dell'ultimo esempio di minimalismo di Bresson
Non solo intense opere del presente, il Festival di Venezia 2016 offre anche diversi lungometraggi dai grandi autori del passato: e allora ecco, per la sezione Venezia Classici, la versione restaurata
L’argent è un film d’oltralpe che, proveniente dalla Francia, madrepatria dei padri fondatori del cinema, mostra l’operato di uno tra i più popolari registi francesi della seconda metà del Novecento, quale Robert Bresson, focalizzando l’attenzione sull’ultima storia adattata per grande schermo dall’autore.
Tutto ha inizio dalla decisione di alcuni ragazzi di “piazzare” cedole false, comperando in un negozio qualunque una cornice e pagando con il denaro creato appositamente. Partendo da quella semplice azione hanno inizio drammatiche conseguenze, di portata via via crescente, che interessano un terzo attante dell’azione, un operaio che viene accusato di essere l’artefice delle false cedole. Da quel momento in poi quell’operaio, un giovane uomo qualunque, non riuscirà più a riprendere le redini della sua esistenza in mano, divenendo un prodotto misto tra gli effetti delle azioni altrui e le conseguenze delle sue personali scelte.
L’argent, pellicola datata 1983, rappresenta l’ultimo lavoro di Robert Bresson che, presentato al Festival di Cannes, vinse il Grand Prix du Cinéma de Création. Tratto da La cedola falsa di Tolstoj, esattamente come aveva precedentemente fatto con il suo famoso Un condannato a morte è fuggito, a sua volta tratto da un racconto autobiografico di André Devigny pubblicato su le Figaro Littéraire del 20 dicembre 1954, il regista opera una trasposizione per grande schermo accentuando uno dei suoi tratti distintivi, ossia l’attenzione maniacale per i dettagli.
Con spennellate di colore, evidenti soprattutto nelle tinteggiature delle pareti, non a caso Robert Bresson ha iniziato la sua carriera professionale in qualità di pittore, attribuisce un carattere unitario ad uno sfondo che intrappola i personaggi: e allora, quando posiziona la macchina da presa ad una certa angolazione, immortala una parte di spazio presa in esame, per poi far entrare soggetti che vengono inglobati in quell’inquadratura fissa, lasciando intendere come gli stessi entrino così in una vera e propria prigione, dalla quale solo lo stacco successivo di montaggio potrà liberarli.
Noto per la maniacale cura dei più piccoli particolari, sempre protagonisti nella maggior parte delle inquadrature che definiscono ogni singola scena, Robert Bresson espone in modo plastico quanto è chiamato a documentare: e allora, quando la macchina da presa rimane fissa, ponendo l’attenzione sul bicchiere vuoto, oppure sulla borsa che viene chiusa, non decidendo mai di optare per un movimento di macchina teso ad avvicinarsi all’oggetto, l’autore esprime la sua volontà di accentuare il distacco dall’immagine, per dare l’illusione che tutto ciò esposto sia rappresentazione meccanica dell’esistenza. Anche i più minimi dettagli sono essenziali per definire la realtà dei fatti perché, come ricorda uno dei personaggi in L’argent, “niente è peggio della finzione”.
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