Collateral Beauty, il nuovo film di Will Smith si preannuncia un grande dramma esistenziale
Diretto dal regista de "Il diavolo veste Prada" e "Io & Marley", Will Smith mette il suo talento e il suo carisma al servizio di una commovente storia sulla depressione, sui gr
Alla domanda su come si possa descrivere “Collateral Beauty”, nuovo film con protagonista Will Smith, il regista David Frankel (“Il diavolo veste Prada”, “Io & Marley”), ha dichiarato che si tratta di un “dramma screwball”, un chiaro rimando alla “screwball comedy”, ovvero quel genere di commedie hollywoodiane nato negli anni ‘30 con film come “Accadde una notte” di Frank Capra e portato avanti da registi come Billy Wider e Peter Bogdanovich. “Collateral Beauty” si propone quindi come un dramma “svitato”, fuori dagli schemi, che punta a stupire e a coinvolgere lo spettatore con una premessa piuttosto insolita. Frankel ha potuto contare su un cast stellare: accanto a Will Smith troviamo star come Kate Winslet (Claire Wilson), Helen Mirren (Brigitte), Keira Knightley (Aimee Moore), Edward Norton (Whit Yardsham), e Naomie Harris (Madeleine); a questi si aggiungono Michael Peña (Simon Scott), Kylie Rogers (Allison), Jacob Latimore (Raffi).
La trama di “Collateral Beauty” si basa su una premessa piuttosto insolita: Howard Inlet (un ruolo inizialmente pensato per Hugh Jackman e poi passato a Will Smith), è un pubblicitario newyorchese di alto profilo caduto in uno stato di profonda depressione in seguito alla morte della figlia. Distrutto dal dolore, Howard sembra ormai incapace di interessarsi alla vita, con devastanti effetti sul suo lavoro e sulle sue relazioni, e l’unica cosa che sembra aiutarlo è scrivere lettere alla Morte, all’Amore, e al Tempo. Preoccupati per la sua situazione, gli amici di Howard escogitano un piano per aiutarlo a uscire dal baratro. Howard si ritroverà così a parlare faccia a faccia con le incarnazioni della Morte, dell’Amore, e del Tempo.
“Collateral Beauty” si prospetta dunque come un grande dramma esistenziale che sembra ispirarsi, soprattutto nelle premesse, al “Canto di Natale” di Charles Dickens ed a “La vita è meravigliosa” tanto per citare i due riferimenti più ovvi. Questo particolare filone del cinema americano ama mettere al centro delle sue storie uomini (e donne) che, in seguito a una tragedia, o semplicemente perché arrivati a un punto particolare delle loro vite, devono faticosamente fare i conti con crisi di identità che li porteranno a mettere in discussione sé stessi e ad affrontare l’esistenza nei termini più radicali possibili. Sono film che solitamente hanno molta risonanza con il pubblico e, in linea di massima, anche con la critica, e infatti “Collateral Beauty” uscirà a dicembre (in America, in Italia invece il 5 gennaio) proprio perché i produttori sperano di competere nella corsa degli Oscar.
Il pubblico ama i drammi e le tragedie per il loro potere catartico. Sapendo di essere protetto dal filtro della finzione, lo spettatore si sente libero di immedesimarsi nei personaggi e di provare i loro sentimenti. Tramite l’identificazione, possiamo arrivare a conoscere meglio noi stessi, mettendo a fuoco le emozioni e i problemi che vediamo rappresentati davanti a noi sullo schermo, e a trovare la forza per migliorarci. Il dramma ci consente di auto-analizzarci e al tempo stesso di mantenere la distanza propria dell’osservatore esterno, e quindi un certo margine di obiettività. Questo genere di drammi ci affascina perché si interroga, su larga scala e attraverso storie volutamente enfatizzate, su temi universali a cui tutti ci sentiamo legati. “Desideriamo l’amore, vorremmo avere più tempo, e temiamo la morte,” recita Will Smith nel trailer di “Collateral Beauty”: chi di noi non si riconosce in una simile descrizione?
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