Venezia 80: recensione film Lubo
Lubo è il film in concorso alla Mostra del cinema di Venezia
Lubo è un film imponente, nelle tre ore di durata. È un’antologia dell’intolleranza dal 1939 al 1956, virato con gli occhi del protagonista, e della legge.
La legge è la Kinder der Landstrasse, che in Svizzera, nel 1939 permette ai gendarmi di impossessarsi dei figli dei girovaghi, per garantirgli una vita migliore. Di quest’ appropriazione è vittima Lubo (Franz Rogowsk), che è anche arruolato dall’esercito elvetico per difendere i confini nazionali dal rischio di un’invasione tedesca. In sua assenza, la moglie muore, e i tre figli vengono portati via: lui, suonatore di strada, sostituisce la fisarmonica con la baionetta, e mentre è sul campo di battaglia commette un gesto disperato, pur di tornare e riprendere i figli. In mezzo alla foresta innevata, uccide e decapita un ricco ebreo Bruno Reiter (Joel Basman), e s’impossessa della sua identità.
La doppia identità del film Lubo
La ricerca dei figli è strenua, e inframezzata da appuntamenti galanti con dove facoltose di San Gallo – in Svizzera – cui fa credere di essere il ricco commerciante di stoffe e gioielli di cui ha rubato l’identità.
Giorgio Diritti dopo il convincente Volevo nascondermi torna all’ambientazione bellica, come in L’uomo che verrà: ma stavolta impernia la storia di Lubo in un contesto più ampio – anche dal punto di vista temporale - tanto da renderla più grande di se stesso. La sceneggiatura – tratta dal romanzo Il Seminatore di Mario Cavatore - presenta spesso degli sfilacciamenti: è improbabile che i collaboratori dell’uomo ucciso da Lubo, non sappiano che l’uomo che girovaga per gli uffici non è lui.
Schede
Nonostante ciò, la narrazione riesce a tessere l’amore paterno di Lubo, che per rintracciare i figli passa da vittima a carnefice, e poi di nuovo vittima. Infatti, Lubo, terminata la guerra, si sposta a Bellinzona e incontra una nuova donna, Margherita (Valentina Bellè) di cui s’innamora e che aspetta un figlio da lui. Il suo omicidio, però, non può passare impunito, anche se lui considera Bruno Reiter una vittima di guerra: il commissario Motti (Christophe Sermet) indaga su di lui, divenendo – però – anche un suo aiutante.
Le scenografie di Giancarlo Basili modellano il film, facendo aderire lo spettatore agli stili dell’epoca, dalle montagne innevate del 1939, alla Svizzera fino a Bellinzona. Gli attori conducono il film in un terreno tra ingenuità e speranza, rendendo Lubo – girato in bilingue – uno degli sforzi produttivi italiani più importanti degli ultimi anni.
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