Una Sconfinata Giovinezza: Intervista A Pupi Avati
Pupi Avati risponde alle domande di Mauxa
In occasione dell\'uscita del film Una sconfinata giovinezza, abbiamo incontro il regista Pupi Avati. La pellicola, interpretata da Francesca Neri e Fabrizio Bentivoglio, racconta della vita di una coppia sconvolta dall\'arrivo di una malattia, l\'Alzheimer che colpisce il marito. Per la moglie sarà l\'occasione per fortificare l\'affetto e il desiderio di una maternità mai arrivata. Il film uscirà l\'8 ottobre distribuito da 01 Distribution.
Come mai ha scelto un tema come quello della salute mentale?
Pupi Avati. Sono nella seconda parte del secondo tempo della mia vita, nella zona del rientro a casa. Ho dunque dismesso la nostalgia per la giovinezza, e fatto un passo avanti, anzi, indietro: propria alla patologia dell\'Alzheimer riporta all\'infanzia.
Il ritorno alla sua adolescenza, è un Amarcord tardivo?
P.A. La storia che racconto è in parte la nostra e quell\'infanzia in cui si rifugia il protagonista è la mia stessa infanzia e non posso mai fare a meno di girare in questi luoghi (le scene dell\'incidente dove il padre del protagonista muore è verosimile: anche il padre di Avatì morì in un incidente automobilistico, N.d.R.)
Come è entrata in questo personaggio che l\'ha vista invcchaiata di 10 anni?
Francesca Neri. Non è stato facile scrollarmi di dosso questo ruolo, ma quando ne sono uscita ho riguadagnato il senso, la fiducia poetica del film: ho afferrato la trasformazione dell\'amore matrimoniale in amore matern.
Come ha conosciuto Avati?
Fabrizio Bentivoglio. Pupi mi aveva chiamato dicendo di avere un pacco dono per un attore: era vero. Ma accanto a questo c\'era anche una patata bollente, da maneggiare con i guanti d\'amianto e tanta delicatezza e l\'invito a tornare bambini per parola chiave.
Come mai ha suscitato tutte le polemica sull\'esclusione dal Festival di Venezia?
P.A. È stata una sofferenza, che mi ha lasciato sbigottito. Non sono abituato a comportamenti scomposti: se l\'ho fatto è perché ho sofferto davvero. (...) Ho voluto mostrare il morbo di Alzheimer come una malattia dei parenti, non dei malati: ho mostrato come possa inserirsi nella vita, certamente soffrendone. Un film così non lo si può vedere con indifferenza, altrimenti si ha qualche problema.
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