Mostra del cinema di Venezia, recensione film: Jay Kelly
Con George Clooney, Adam Sandler e Laura Dern

Se la vita fosse un set cinematografico potrebbe valere la possibilità di girare una nuova scena, cambiare il finale o molte delle sequenze vissute, come nella battuta conclusiva di Jay (George Clooney) che ormai colto dal rimpianto può aggrapparsi soltanto all’amicizia del suo manager Ron (Adam Sandler). La narrazione compie spesso una comparazione tra la finzione del set e la vita reale, con l’eroe del cinema, l’ultima vera star di un Hollywood ormai passato, che viene ridimensionata nella vita privata e dal difficile rapporto con le due figlie.
Nostalgia, rimpianto, senso di colpa, sono lo sfondo e motore della trama. La regia esprime con pienezza e profondità la crisi d’identità del protagonista, permette di cogliere l’alternanza di ciò che è stato vero nella finzione è ciò che il avrebbe voluto essere nella realtà.
A una settimana dalle riprese di un nuovo film, dopo aver incontrato un vecchio amico, Jay decide di compiere un viaggio in Europa per essere presente a un tributo in suo onore, tutti lo abbandoneranno durante il tragitto, alcuni stanchi delle sue estrosità, e alla fine rimarrà solo con il suo manager e con il suo pubblico. George Clooney e Adam Sandler esprimono una interpretazione convincente.
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