Festival di Venezia 2018, recensione del film Il Mio Capolavoro
Il Mio Capolavoro è diretto da Gastón Duprat
Il Mio Capolavoro (Mi Obra Maestra) è il film argentino di Gastón Duprat presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.
Arturo (Guillermo Francella) è un gallerista d’arte di Buenos Aires, litiga spesso con l’amico irascibile e anarchico pittore Renzo Nervi (Luis Brandoni), il quale per modernizzare un’opera invenduta entra nella galleria e spara al proprio quadro.
Ma non può fare a meno di contattarlo di nuovo: infatti una società ha richiesto un’opera, e Arturo la commissiona al pittore, perché non pretende un compenso elevato. Tutto sembra organizzato, Renzo pare accondiscendente, anche perché rischia di essere sfrattato di casa e ha bisogno di denaro: ma quando l’opera viene inaugurata e scoperta, sotto il telo appare quella commissionata ma contenente al centro un simbolo osceno che è uno sfregio all’azienda.
Il film pende così sempre più spinta, perché fa comprendere come l’ostinazione per la propria coerenza possa distruggere i rapporti umani. “Sei un vecchio inselvatichito”, lo disprezza al telefono l’amareggiato Arturo.
Ma la realtà spesso si vendica, e dopo un incidente stradale Renzo va in ospedale e si dimentica tutto il passato litigioso. “Sarei dovuto morire”, dice Renzo: “Quello sarebbe stato l’ideale. Ma è difficile che ti capiti qualcosa di sensato nella vita”, ironizza Arturo che non può fare a mano di andarlo a trovare in nome della loro amicizia e di una compassione sincera.
È proprio questo uno degli aspetti più riusciti del film: l’elogio della capacità di perdonare, nonostante sia difficile interagire con l’altra persona che non smette di deludere le migliori intenzioni. E Arturo scivola proprio in questo inganno, tanto che propone a Renzo - ormai in fin di vita - di vendere tutte le opere per 300.000 dollari. Allora Renzo si commuove della sua amicizia, e gli dice: “Grazie”. Ma sale il dubbio che non sia sincero e che stia mentendo.
“Il 55 % a me e il 45 % a te”, dice Arturo alla nuova socia in affari Dudù (Andrea Frigerio) dopo la morte di Renzo: ora i quadri del defunto pittore lievitano di valore, e Arturo da vittima diviene colpevole, anche se con un finale inatteso.
Gastón Duprat ha già diretto e prodotto diversi film, come The Man Next Door (2010), Il cittadino illustre (2016), e ha sempre giocato con la scaltrezza di chi guardava le sue opere: nel 1999 produsse con Mariano Cohn il programma Televisión Abierta, innovativo ed interattivo in cui gli spettatori creavano il contenuto chiedendo a un cameraman di visitarli per registrare una breve clip. In Il Mio Capolavoro propone lo stesso dilemma, amalgamando in maniera totalmente innovativa i temi dell’amicizia e dell’ambizione, con della trovate narrative spesso eccessive ma che nella fluidità della storia risultano credibili. E l’ambientazione in una nazione come Buenos Aires da cui molti ambiscono ad andarsene ma che alla fine trattiene - come dice Arturo - rende tutto più sincero. Tanto che lo spettatore alla fine si chiede se sia meglio vivere nel litigio continuo ma fruttuosa come i due protagonisti, oppure in una sonnolente tranquillità.
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