Recensione film Mapplethorpe, gli scatti che scandalizzarono il mondo dell'arte
Uscito negli USA, disponibile in VOD dal 24 maggio per Samuel Goldwyn Films.

Il segreto sta nella luce. Robert Mapplethorpe, inizialmente interessato alla pittura, si dedica alla fotografia rivoluzionando il mezzo. I suoi scatti rompono tabù consolidati e sono considerati pornografici per l'epoca. La perfezione formale delle immagini gli hanno valso il paragone con Michelangelo.
Mapplethorpe è un film di Ondi Timoner, scritto insieme a Mikko Alanne. Alla complessità di raccontare sul grande schermo la personalità bigger than life, si aggiunge una produzione low budget e un tempo di ripresa limitato, appena due settimane. Il risultato finale è un biopic piuttosto convenzionale, strutturato su una cronologia lungo gli esordi degli Anni Settanta fino alla morte prematura nel 1989.
Schede
Il memoir di Patty Smith
Mapplethorpe
pecca di incisività, lo script non riesce a mettere a fuoco le
ragioni dell'artista rispetto al suo tempo. Nel complesso, il film
delude prevedibilmente lo spettatore che conosce l'opera di
Mapplethorpe, senza tuttavia folgorare il pubblico che di
Mapplethorpe conosce poco o niente.
Per capire la portata di una
tale icona della fotografia resta il memoir di Patti Smith, Just Kids
pubblicato nel 2010: la sua oscenità non è mai oscena, sintetizza
la poetessa prendendo a prestito un commento di Jean Cocteau riguardo
a una poesia di Genet.
Matt Smith superlativo
La carriera di Mapplethorpe (Matt Smith) comincia a New York, rappresentata attraverso filmati di archivio sommariamente incorporati. Nel 1967 avviene l'incontro con Patti Smith (Marianne Rendon). Insieme prenderanno una stanza allo storico Chelsea Hotel, la casa degli artisti – ci hanno abitato, tra gli altri, anche Andy Warhol, Mark Twin, Jack Kerouac, Sartre, Stanley Kubrick, Bob Dylan, Iggy Pop, Pink Floyd, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Madonna.
Al Chelsea, Mapplethorpe conosce Sandy Daley (Tina Benko) e impugna la sua prima polaroid. La svolta arriva con Sam Wagstaff (John Benjamin Hickey), collezionista, curatore di mostre, divenuto suo mentore e benefattore.
Si accenna al rigido e religioso background famigliare. Dalle ambientazioni degli Anni Settanta, un inno alla creatività e alla sperimentazione a tutto campo, ci ritroviamo negli interni freddi e spersonalizzati del decennio successivo: il lavoro assume un aspetto seriale finalizzato al successo economico, persino le dipendenze cambiano in tale prospettiva.
Nonostante certi difetti riconosciuti, probabilmente conseguenti alla mancanza di budget, la performance del cast è notevole e vale la visione del film. Matt Smith nel ruolo del protagonista cattura lo sguardo dello spettatore dimostrando una carismatica presenza di scena.
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