Festival di Venezia 2017, recensione del film 'Sweet Country'
"Sweet Country" è il film in concorso presentato alla Mostra del Cinema di Venezia
Sweet Country di Warwick Thornton è il film che racconta una vicenda ambientata nel deserto dell'Australia Centrale, in cui il mandriano Harry March (Ewen Leslie) è proprietario di tre schiavi, una coppia e la loro figlia. La schiava Nell (Anni Finsterer) viene violentata da lui nel buio di una stanza, e Harry impone anche alla donna di non rivelare nulla al marito Sam Kelly (Hamilton Morris): “altrimenti scuoio vivo lui, e poi te. E mi prendo vostra figlia”, ordina. Siamo nell'anno 1929 ad Alice Springs.
Harry però si vergogna dell’accaduto e caccia i tre schiavi. Acquista cosi un nuovo ragazzo, Philomac (Tremayne Trevorn Doolan): il giovane mangia un’anguria del proprietario ed Harry lo lega una notte alla catena, fissata ad un masso.
Da qui si comprende il tenore del film, che pare uscire da un’altra epoca cinematografica: amalgama in maniera eccellente l’ambientazione western senza le sue noiose sparatorie, a quello razziale che risulta stranamente attuale. Infatti il fenomeno dell’immigrazione non pone quesiti diversi rispetto a quello di “Sweet Country”: il pregiudizio verso il diverso è sempre accettabile? E se esso sfociasse nell’odio, dove potrebbe arrivare?
Non secondario è l’argomento della giustizia umana, che sembra più propensa ad accusare una persona di etnia diversa se commetta un omicidio, dallo scagionarla. Infatti anche lo schiavo Sam Kelly si macchia di un assassinio: quando l’infido Harry cerca il giovane Philomac che ha slacciato la catena, va nel rifugio in cui la coppia si protegge, quella del benevolo Fred Smith (Sam Neill). Qui i due si rintanano spaventati dagli spari di Harry, mentre Fred è fuori città: Harry spara più volte, Sam per legittima difesa lo uccide.
La coppia fugge, e il sergente che li cerca è pronto a condannare Sam per avere sparato ad un bianco. Con lui c’è la comunità del piccolo villaggio, che già stringe la corda che servirà pr impiccarlo. La decisione finale spetta al giudice Taylor, la cui dottrina giuridica pare immune da pregiudizi.
Anche noi siamo pronti a condannare una persona di etnia diversa, senza avere le dovute prove? È questa la domanda che “Sweet Country” pone, con una precisione drammaturgia rara, agevolata anche dal fatto che la vicenda è ispirata ad un fatto realmente accaduto nel 1920.
Il film alternala fotografia tersa con colori della natura australiana saturi, quasi a raccontare una natura insensibile ai drammi umani. Gli stessi aborigeni che appaiono nel film e che difendono la loro terra da queste invasioni - siano esse di banchi o neri - arrecano una lettura ulteriore, descrivendo come sia necessario preservare le peculiarità delle varie etnie, senza che una prevarichi l’altra.
La scena finale, con un arcobaleno che irrompe oltre il deserto indica già la risposta.
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