Federico Fellini: Amarcord, il film classico compie 40 anni
Amarcord: il film di Federico Fellini unisce una trama realistica con momenti surreali, come nella scena della tabaccaia. La pellicola compie oggi quaranta anni, e segnò il quarto Oscar per il
Amarcord è il film che usciva nei cinema quaranta anni fa. Era il 13 dicembre del 1973 quando la pellicola diretta da Federico Fellini seminava novità iconografiche al cinema, interpretato da Bruno Zanin, Magali Noël, Pupella Maggio e Armando Brancia. Negli Stati Uniti uscì il 19 settembre del 1974, vincendo L’Oscar come miglior film straniero nello stesso anno.
La trama ruota attorno all'adolescenza di Titta Biondi, che cresce nella città di Rimini nell’epoca fascista. L’apertura della pellicola è con il sopraggiungere della primavera, e il rogo del pupazzo di una vecchia strega che simboleggia la fine dell'inverno. Nel negozio centrale della città c’è la formosa tabaccaia che fa sognare i giovani, nella chiesa un sacerdote che bacchetta gli adolescenti sui loro interessi erotici: “San Luigi piange quando ti tocchi”. Si alternano poi la celebre vanitosa Gradisca, la meretrice Volpina. Titta vive con la famiglia, e fa disperare i genitori, soprattutto la madre Miranda Biondi mentre il padre militante socialista Aurelio cerca di tenere nascoste le proprie eversioni politiche. Aurelio è indignato per la celebrazione fascista che si consuma in città: quando qualcuno inserisce nel fonografo del campanile della città la canzone socialista "Internazionale", Aurelio è accusato del reato e costretto dalla polizia fascista a bere dell’olio di ricino. Torna a casa mentre Tizza dice che puzza.
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Non mancano i ridicoli insegnanti di scuola, asserviti alle loro regole, come la pronuncia foneticamente impeccabile del greco che per Titta finisce con una pernacchia. Ma Titta convive con questi personaggi, in una casa troppo angusta per evitarli. C’è il fratello, lo zio, il nonno che paventa il proprio vigore, la zia. Un giorno Titta fa un breve viaggio nella campagna con i genitori assieme allo zio Teo (Ciccio Ingrassia), un malato mentale cui è stato concesso di lasciare l'istituto per un giorno: durante il picnic lo zio fugge e si arrampica su un albero, rifiutandosi di scendere e urlando: “voglio una donna". Alla fine è una suora che riesce a convincerlo a tornare in clinica. L’evento culminante è l’arrivo della nave Rex, che convince i cittadini a spingersi al largo per vederla da vicino, di notte. In quell’occasione la Gradisca piange, dicendo che vorrebbe un uomo. Il finale del film la vede finalmente sposa, ristabilendo l’ordine naturale delle cose.
Le fonti principali sono quindi nella giovinezza di Fellini e nei suoi ricordi. Il regista propose al suo sceneggiatore Bernardino Zapponi, che lavorò con lui nel precedete “Roma” (1973) di stendere il film, ma Zapponi lo considerò troppo autobiografico e non ideale per una trasposizione filmica. Così Fellini si rivolse al poeta e scrittore Tonino Guerra, anch’esso romagnolo che riuscì a pulire da eccessi malinconici i ricordi di Fellini, per renderli vignette capaci di fotografare un’epoca ma anche uno stato umano. Quello dei desideri quotidiani, che riflettono le ambizioni di ognuno, tra piccole frustrazioni e minime soddisfazioni.
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Il film vinse l’Oscar nel 1974, e incassò in Italia 32 miliardi di lire (circa quindici milioni di Euro). E anche la critica osannò l’opera di Fellini: Giovanni Grazzini dal Corriere della Sera lo definì "un artista al suo apice (...) mostrando una maggiore comprensione del fatto storico e della realtà di una generazione”; Russell Davies della BBC lo paragonò al mondo macabro dei freaks di Tod Browning; Vincent Canby lo definì "il film più bello di Fellini (...) fa emergere il meglio di noi. Diventiamo più umani, meno formali”; Roger Ebert definì l’autore “tra i cinque o sei più grandi registi del mondo”.
Nella cultura innumerevoli sono i negozi che portano questo nome (in romagnolo, "io mi ricordo"), compreso un Vintage Fashion a New York.
Ma Fellini non confermò mai che la pellicola fosse autobiografica. Infatti nel 1976 tornò a scrivere con Zapponi per il fantascientifico film su Giacomo Casanova.
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