Recensione Undocumented, un film lucido sulla dignità
Scopri la recensione di Undocumented, il film con Christian de la Cortina, Kim Huffman: trama, cast, critica
È strano come nell’epoca odierna uno stato non riesca a garantire condizioni di lavoro sufficienti a chiunque: se l’intelligenza artificiale spinge verso l’automazione dei processi, la stessa cosa non si può dire nell’automazione della dignità, che uno stato dovrebbe garantire.
Mostra Milano - Il lungo addio. Storie dei nostri emigranti dell’Italia del boom - immagini
Il film Undocumented – diretto dallo stesso de la Cortina – propone proprio tale dualismo, che è ormai ubiquo nel tragitto dei migranti, incapaci di comprendere come il benessere cui agognavano è inferiore alle neglette condizioni di provenienza. Se spalare le deiezioni delle mucche è ora il lavoro di Fernando, non è inferiore il senso di estraneità a quel luogo: e quando a causa di una errore migliaia di litri di latte vengono persi, le ingiurie della padrona – una cinica Kim Huffman - sono la misura della loro onorabilità immigrata.
Il dualismo padrone-servo nel film Undocumented
Il film di de la Cortina – già regista di Generation Wolf, nonché interprete di Brooklyn – riesce a superare gli stereotipi del dualismo padrone-servo, per raccontare quanto questa catena che credevamo ormai spezzata, stringe la carne viva dei nostri giorni. È giusto emigrare per una vita peggiore? È giusto rinunciare ai propri sogni di benessere? A ciò si aggiungono le torture subite, con tanto di picana: sul corpo nudo di Fernando – e del cugino - sono messi a contatto degli elettrodi della batteria, provocando la bruciatura della pelle con scosse elettriche.
Schede
L’unica soluzione è fuggire in Canada, anche se il nuovo eldorado non è per tutti. Se 30 milioni di persone, nel nuovo millennio, sono considerate degli schiavi, è anche colpa della nostra cecità che scambia il lavoro per mancanza di rispetto. E Undocumented fa proprio luce, con foga, su questa condizione generazionale in maniera lucida.
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