Recensione del film Captain Fantastic
Viggo Mortensen è protagonista del film "Captain Fantastic"
Captain Fantastic è il film di Matt Ross, con un cast composto da Viggo Mortensen, George MacKay, Samantha Isler e Trin Miller.
Vincitore del premio della regia al Festival di Canne 2016, racconta di un padre, Ben Cash (Mortensen) che con i sei figli vive nelle foreste del Pacifico nord-occidentale. Li educa da solo perché la moglie è in un istituto per il trattamento del disturbo bipolare.
I sei figli vivono in una palafitta costruita dal padre, leggono libri, la sera suonano e ballano. Uno di loro prende un autobus, il padre chiama la clinica per sapere come stia la moglie Leslie (Miller). Gli viene comunicato che si è suicidata tagliandi i polsi. Questo gesto porta scompiglio nella famiglia, ovvero fa comprendere che esiste un mondo esterno a quello in cui loro vivono reclusi. Un mondo come quello di Robinson Crusoe, da cui però è possibile uscire. Ed è proprio questa evenienza che segna la possibilità di scegliere, che è poi quella umana. Le preferenze imposte dagli per il nostro bene, ci servono? È forse più saggio sbagliare, che non tentare.
Così il funerale della madre è anche il modo per tornare alla vita, come in un nuovo parto. Quando il padre li fa attendere in banca per prelevare dei soldi, loro scorgono donne e uomini obesi: quelle forme suscitano la loro curiosità. Una difformità semplice che fa comprendere quanto siamo poco attenti alla diversità solo perché non la conosciamo. E infatti il primo gesto che compiono è quello degli uomini preistorici, il furto. Che in questo caso avviene in un supermercato.
Quando Ben porta i figli dalla famiglia della moglie, per la prima volta mangiano con altri attorno ad una tavola. Ben versa del vino alla figlia piccola e gli altri obiettano che è alcolico: lui risponde che in Francia i bambini possono bere. Di nuovo le diversità emergono, cristallizzate in base ai luoghi in cui le popolazioni le legiferano. Diverse per geografia. È quindi solo la mappa delle nazioni a dettare le abitudini, e non c’è una correttezza univoca per gestire la propria vita. La stessa inesperienza che porta il figlio Bo (George MacKay) a baciare una ragazza e chiederle subito dopo - per gentilezza - se voglia diventare sua moglie.
Al funerale della moglie Ben è vestito con un completo rosso: legge il testamento spirituale della moglie, la quale voleva “essere cremata. Che si danzasse e si cantasse, e le ceneri gettate nel water”: l’uomo viene subito portato via.
I figli manifestano ribellione, una cade dal tetto, l’altro vuole andare al college e Ben decide da solo come comportarsi, con la frase ”è stato un bello sbaglio. Ho rovinato le vostre vite”.
Il film rientra nel filone family drama, come “I segreti di Osage County”, “La famiglia Fang” (2015) o “Carnage” (2011) di Roman Polansli. Ma non è immune da echi comici, come quelli di “Ti presento i miei” (2000), dove un evento inatteso innesca le modificazioni delle vita di un’intera famiglia. E questa commisstione tra commedia e dramma è il punto di forza del film, pur se prevedibile in alcuni passaggi della psicologia del protagonista Ben: è Viggo Mortesen che con la sua screziata interpretazione dà vivacità al film. Il regista Matt Ross, già attore (“The Aviator”, la serie tv “American Horror Story”) riesce così a ritrarre una famiglia moderna, che odia le consuetudini ma che le accetta, muovendo la macchina da presa quasi sempre in esterni, con le intemperanze dei suoi personaggi.
È soprattutto il disorientante finale che indica la strada del film, con un gesto folle che fa comprendere come l’irrazionalità possa ricondurre ad un equilibrio.
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