Get Even, recensione videogame per PS4 e Xbox One
Get Even è uno sparatutto atipico, dai forti connotati psicologici ed emotivi, un viaggio intricato e pieno di segreti da scoprire

Get Even è un videogioco molto particolare, un progetto che si differenzia sensibilmente dalla classica impostazione degli sparatutto in prima persona. Le meccaniche e la spiccata propensione narrativa, attorno a cui è pensata l’intera avventura principale, ci conduce in un percorso pervaso da una forte vena emotiva e psicologica. Il titolo è prodotto dal piccolo studio polacco The Farm 51 che, grazie all’aiuto di Bandai Namco, ha portato avanti una produzione minore, nel budget, ma non nelle intenzioni di affascinare e intrattenere il giocatore con tematiche e situazioni ricercate.
L’incipit di Get Even serve a delineare una trama complessa e ramificata, che si svilupperà attraverso ricordi e avvenimenti vissuti in una sorta di realtà virtuale, grazie al visore tecnologico Pandora. Il prologo introduce il protagonista, Cole Black, classico ex mercenario intento nella liberazione di un ostaggio, una ragazza rapita da un gruppo sconosciuto. La missione, tuttavia, non va secondo i piani, e al suo risveglio Cole si ritrova in una stanza, senza ricordare nulla di cosa gli sia accaduto e con la voce del dottor Red a rompere il silenzio. Attraverso le mura del manicomio, abbandonato e fatiscente, il dottore sarà la nostra guida e ci condurrà verso il tentativo di riacquisire i ricordi, come se si trattasse di uno specifico trattamento.
Il gameplay di Get Even è un ibrido tra un walking simulator, dove cercare indizi ed informazioni, e un action in prima persona, in cui fasi stealth e da sparattutto tentanto di fondersi. La strategia pacifica rimane quella più indicata, per evitare degli scontri a fuoco poco curati dal punto di vista del feeling delle armi e dell’intelligenza artificiale, con situazioni spesso frustranti e poco soddisfacenti. L’utilizzo del visore e di alcune particolari armi, come una pistola capace di aggirare le coperture, tuttavia, donano un po’ di originalità alle meccaniche da FPS. Dal lato meramente esplorativo, la ricerca di documenti, registrazioni audio e la risoluzione di semplici enigmi ci conduce a scoprire dettagli interessanti della trama, che trova il suo maggior pregio proprio nel discernimento del background narrativo, piuttosto che attraverso dialoghi alquanto banali. Ad aiutarci nelle nostre “passeggiate” all’interno del manicomio vi sono alcuni oggetti, come uno scanner, un visore ad infrarossi, il nostro cellulare ed una luce ultravioletta.
La grafica di Get Even non è l’aspetto più curato della produzione, nonostante atmosfere e riproduzione dell’ambiente contribuiscano ad aumentare l’immersività del giocatore. Essendo un progetto a basso budget, non bisognerà quindi aspettarsi un elevato livello di dettaglio o modelli poligonali particolarmente complessi, accanto ad alcune imperfezioni tecniche, come una fluidità non sempre stabile. La scarsa effettistica trova però un contraltare dalla palette cromatica scelta, che cerca di replicare in maniera realistica ogni situazione ed ambiente esplorato. A contribuire a questo, un sonoro davvero efficace, tra rumori e musiche perfettamente integrate tra loro e che seguono tutto ciò che succede a schermo, per un risultato finale assolutamente di alto livello.
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