La strage degli innocenti, il fumetto prima degli anni Sessanta tra accuse e seduzione
Reclusa nel giardino proibito dei mass media, l’arte dei balloon aspettava di essere scoperta nella sua importanza e delizia di fenomeno di massa. Pur in assenza di autentici contributi teorici, seppe
Fumetto sospettato fino agli anni Sessanta del Novecento. Ignorato dalla cultura ed infamato con gravi accuse da pedagoghi, psicologi, psichiatri. Al fratello minore del cinema si attribuiva una cattiva influenza sui fanciulli. Lo si reputava responsabile della delinquenza giovanile e di fenomeni d’analfabetismo funzionale, in quanto il prevalere delle figure sulle parole poteva indurre nei ragazzi incapacità d’usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana. Nel saggio “Seduction of the Innocent” del 1954 il dottor Fredric Wertham catastrofizzava: “Non dovendo più correre con l’occhio da sinistra a destra, come fa quando legge una riga della pagina scritta, ma bastandogli con il fumetto un solo sguardo per capire tutto, a poco a poco il globo oculare del bambino perderà l’abitudine di ruotare nel proprio umido alveo, i nervi si atrofizzeranno, l’organo s’immobilizzerà”.
Il libro di Wertham fu un caso editoriale che mobilitò i genitori, produsse un’interrogazione presso il Congresso degli Stati Uniti sull’industria del fumetto e portò all’istituzione censoria della Comics Code Authority. Lo stimato psichiatra denunciava ogni immagine, esplicita od edulcorata, di droghe, sesso, violenza ed altre tematiche per adulti inserite in quelli che definiva “crime comics” (fumetti popolari all’epoca, che narravano di assassinii o gangster, ma anche fumetti horror e di supereroi). Congetturava che figure di donne nude fossero state celate in immagini arboree, elaborò una teoria secondo cui Batman e Robin erano due amanti gay e proclamò che Wonder Woman aveva caratteristiche riferibili all’ambiente BDSM ed era lesbica. Insomma, a suo parere, il fumetto era reo di una sorta di strage innanzitutto mentale degli innocenti!
A ben vedere, prima degli anni Sessanta, non compare pressoché niente nelle biblioteche sotto la dicitura “fumetto”. Non c’è quasi nessuno studio sul sistema linguistico di simile arte e le rare eccezioni si risolvono in provocazioni piuttosto che in un reale contributo critico. Eppure il fumetto esisteva, almeno istituzionalmente, da fine Ottocento. Già dal 1827 lo svizzero Rodolphe Töpffer iniziò a realizzare i suoi “Sette racconti per immagini” (antesignani del genere) e, in un testo di fisiognomia, asserì: “Fare letteratura per immagini non vuol dire servirsi di un mezzo per esprimere un’idea grottesca, ma non vuol dire neanche rappresentare una storiella o un motto. Significa invece l’invenzione totale di un fatto per cui singole parti disegnate, messe una accanto all’altra, rappresentano un tutto”. Se negli anni Venti si affermavano una teoria ed una critica del cinema, il fumetto, accettato a livello culturale solo molto più tardi, seppe però dotarsi di una specifica koiné. Attendeva una riabilitazione che gli avrebbe consentito d’abbandonare il giardino proibito dei mass media.
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