Recensione Beyond. Il confronto col passato
Un film dai ritmi lenti, con un ottimo cast
Memore dei successi ottenuti come attrice – ricordiamo Fanny e Alexander (1982) che le fece vincere il premio come “Miglior Attrice” al Festival di Cannes nello stesso anno, Con le Migliori Intenzioni (1992) e Star Wars, dove interpretava il ruolo di Shmi Skywalker – e avendo imparato tutto dall'attenta e scrupolosa direzione di un grande maestro del cinema come Ingmar Bergman, la svedese Pernilla August decide di fare il grande salto passando a dirigere il suo primo film, dal titolo Beyond.
Tratto dal bestseller Svinalängorna (come s’intitola in patria il film) dell'autrice svedese-finlandese Susanna Alakoski, il soggetto dal quale è partita la August è un dramma familiare coinvolgente e particolare, una storia di emigrazione, violenza e incomprensioni.
"Quando ho iniziato a lavorare a questo film ho pensato che il tema sarebbe stato 'crescere in una famiglia violenta': una storia su quanto sia terribilmente difficile essere poveri, venire da un altro paese, non parlare la lingua. Poi, andando avanti con il lavoro di sceneggiatura, ho pensato che sarebbe stato più interessante combinare la storia dell’infanzia della protagonista con la storia della sua vita da adulta".
Attraverso il continuo alternarsi di passato e presente della protagonista Lena (alias Noomi Rapace) veniamo a conoscenza dei momenti felici trascorsi dalla sua famiglia, appena trasferitasi in Svezia per cercare lavoro e con la speranza di ottenere una vita migliore. L'entusiasmo e la gioia iniziali verranno presto scalzati dalla difficile situazione tra i genitori di Lena e dall'alcolismo del padre, costringendo così una Lena ormai adulta a lottare quotidianamente per occultare e dimenticare il dolore di un’infanzia difficile. Si troverà così costretta ad affrontare i suoi trascorsi per essere in grado di superarli, e anche ad intraprendere un confronto forzato con la madre, che non vede da anni, dal momento in cui viene a sapere che è in fin di vita.
La memoria e il ricordo si legano al dolore, in una lotta continua alla ricerca del superamento delle proprie paure.
Il taglio realistico che la regista attribuisce alla pellicola è reso soprattutto dall’abbondanza di riprese eseguite a mano e dalla fotografia di Erik Molberg Hansen, priva di particolari dominanti cromatiche e capace di rendere una atmosfera quasi anni Settanta quando necessario.
Anche se gli eccessivamente lenti ritmi di narrazione, tipici del cinema d’autore svedese, finiscono in parte per limitare il giudizio su un’opera dal contenuto molto profondo, il cast del film rimane sicuramente il suo maggior pregio.
Cast di cui, tra l’altro, fa parte Ville Virtanen (Sauna) che interpreta magistralmente il violento e alcolizzato papà di Lena, Kimmo.
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