Recensione BlacKkKlansman di Spike Lee
In sala dal 27 settembre, distribuito da Universal Pictures.
BlacKkKlansman è il nuovo film di Spike Lee, già selezionato in concorso allo scorso Festival di Cannes. Parliamo di una storia vera, tratta dall'omonimo memoir scritto da Ron Stallworth, il primo poliziotto afro-americano assunto nel dipartimento di Colorado Spings negli Anni Settanta.
L'atmosfera dell'epoca è ben ritratta, in bilico tra una certa voglia di spensieratezza e l'impegno politico. Lee è abituato a lavorare con diversi registri stilistici, dal dramma alla commedia, calibrando i toni con consueta domestichezza. Anche in questo caso, la resa è polifunzionale al messaggio diretto allo spettatore. Nonostante la tematica di scottante attualità, ci sono sequenze divertenti che permettono di allentare la tensione drammatica della vicenda.
Schede
Tuttavia, forse, proprio la scelta di dare a questo script un'impronta ibrida, insieme alla lunga durata, in cui il racconto assorbe più zelo che emozioni, si rivelano anche i punti deboli dell'opera.
BlacKkKlansman si apre con Alec Baldwin - da qualche anno l'attore diletta i telespettatori del Saturday Night Live con la parodia di Trump – impegnato in un discorso blaterante sulla superiorità della razza bianca.
I
riferimenti all'involuzione sociale dell'America di oggi sono
seminati lungo tutto il film. Spike Lee ricorda il blockbuster muto
di Griffith, collegato al ritorno del Ku Klux Klan, Nascita di una
Nazione (1915). E l'orrore di Waco, Texas, quando nel 1916 Jesse
Washington fu bestialmente torturato sotto gli occhi di migliaia di cittadini
eccitati. Le fotografie scattate del linciaggio vennero vendute come
cartoline.
Con
gli eventi di Charlottesville dell'agosto del 2017, le immagini
scorrono nel finale del film, si risveglia l'incubo delle tensioni
razziali.
Ron Stallworth (John David Washington) chiede di lavorare come agente sotto copertura. Gli viene affidato il compito di partecipare a una manifestazione locale: l'ospite è l'attivista per i diritti civili Kwame Ture (Corey Hawkins). All'evento, Ron conosce Patrice (Laura Harrier), presidentessa del comitato studentesco afro-americano al Colorado College. Ron si trova protagonista di un episodio razzista per mano di un collega. Da questo momento in poi, si interessa alla questione: nella cittadina soffiano due venti opposti, quello del Ku Klux Klan e quello della crescente presa di coscienza del Black Power.
Il
poliziotto prende telefonicamente contatto con un membro del Klu Klux
Klan locale, rispondendo a un annuncio sul giornale. Spike Lee
conosce la banalità del male, i membri del Ku Klux Klan, infatti,
sono un gruppo di assoluti sfigati.
Grazie all'aiuto dell'agente
Zimmerman (Adam Driver), suo alter ego negli incontri
dell'associazione, riuscirà a infiltrarsi nell'organizzazione
arrivando a interloquire con David Duke (Topher Grace), la mente
dietro il movimento, successivamente divenuto un politico in carriera
e noto sostenitore di Trump.
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