Intervista all’attore Franco Javarone, dal teatro a Fellini: ‘Una forza superiore’
Cinema / Intervista - 03 April 2025 14:00
Scopri l'intervista a Franco Javarone: i film, gli spettacoli teatrali

Franco Javarone è uno dei grandi attori italiani, che ha lavorato a teatro, e al cinema con Federico Fellini, Carlo Lizzani, Elio Petri. Accanto alle interviste a personaggi come il Premio Nobel Bob Dylan, la scrittrice Anne Rice, il premio Pulitzer David Kertzer, Mauxa e Dailybloid tentano di raccontare, così, come si è evoluta la cultura negli anni.
Da autodidatta, sei arrivato a La Scala di Milano. Come è avvenuto il processo?
Quando ho lavorato alla Scala di Milano, al San Carlo di Napoli, alla Città della Musica a Roma, avevo ruoli da protagonista. Qualcuno potrebbe chiedermi: "Ma come fai, senza saper cantare, a lavorare alla Scala di Milano?" Lavorando con Roberto De Simone, ho scoperto che negli spettacoli lirici c'è anche una parte recitata. L'attore interpreta il protagonista nella parte non cantata, chiamata "single". Io ho avuto l'onore di partecipare addirittura come protagonista, prima al San Carlo di Napoli e poi alla Scala di Milano, con la regia di Roberto, che oltre a essere un grande regista è anche un musicista straordinario.
Come ti sei avvicinato al teatro in lingua?
Io amavo il teatro in lingua, anche se essendo napoletano tutti mi dicevano che non avrei mai potuto farlo. Ma a me piaceva. E considera che il mio primo mestiere non era certo legato al teatro: facevo il sarto! Però sentivo dentro una passione fortissima per la recitazione. Così, dopo il lavoro, la sera andavo a vedere gli spettacoli al Teatro Politeama di Napoli. Lì si esibivano i più grandi attori dell'epoca: Giancarlo Sbragia, Glauco Mauri, Valeria Moriconi, Salvo Randone... Io li guardavo e pensavo: "Che bello, vorrei fare questo mestiere". Ma poi mi dicevo: "Sei ignorante, non capisci niente".
Nonostante tutto, andavo avanti. Seguivo le compagnie più importanti dell'epoca: la Compagnia dei Giovani, con Rossella Falk, i grandi attori del teatro italiano. A un certo punto, però, mi resi conto che se volevo davvero fare questo mestiere, dovevo formarmi. Così iniziai a studiare dizione, a frequentare ambienti teatrali, a fare piccoli spettacoli in circoli artistici e parrocchie. Con il tempo, grazie alla mia determinazione, mi trovai a lavorare con gli attori che da giovane ammiravo solo dal pubblico. Giancarlo Sbragia, ad esempio, diventò mio collega e perfino mio regista. Ho lavorato con Gianrico Tedeschi, interpretando ruoli importanti accanto a lui.
Poi però ti sei allontanato da Napoli.
Non volevo restare confinato nell'ambiente teatrale napoletano. All'epoca, per lavorare, dovevi essere scritturato da una compagnia stabile: Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo, Nino Taranto... Se litigavi con uno di loro, rischiavi di non lavorare più! Così decisi di provare a entrare nei grandi teatri italiani. Feci provini al Piccolo Teatro di Milano, allo Stabile di Genova. Fu un'impresa, ma alla fine ci riuscii. Il mio primo lavoro al Piccolo Teatro di Milano fu "Barbablù" con la regia di Puggelli, assistente di Strehler. Andò bene, tanto che l'anno dopo mi presero per "L'opera da tre soldi" con la regia di Strehler. Recitavo accanto a Milva, Modugno, Gianrico Tedeschi. Era il 1974, stagione 74-75, e lo spettacolo si teneva al Teatro Lirico di Milano.
Dopo questa esperienza, mi chiamarono per altri ruoli, ma dovetti rifiutarne alcuni perché nel frattempo ero entrato nel mondo del cinema. Tornai comunque al Piccolo Teatro per "La grande magia" di Eduardo De Filippo, sempre con la regia di Strehler. Poi fui notato dagli assistenti della compagnia "Gli Associati", composta da Giancarlo Sbragia, Luigi Vannucchi e altri grandi nomi. Mi presero e lavorai con loro in "La cortigiana" e "La tempesta" di Shakespeare, dove interpretavo Trinculo, una sorta di Pulcinella nel contesto inglese.
Nel 1976-77 tornai a Napoli per una vacanza. E proprio allora accadde qualcosa di straordinario. Un amico mi invitò ad assistere alle prove de "La gatta Cenerentola" di Roberto De Simone. Io ero già scritturato con "Gli Associati" e impegnatissimo, ma appena ascoltai la canzone d'apertura, "Jesce sole", capii che quello spettacolo sarebbe stato un evento epocale. Mi innamorai all'istante del progetto. Chiesi a De Simone se ci fosse un ruolo per me. Lui rispose che non sapeva ancora, stava ancora scrivendo lo spettacolo. Allora decisi: lasciai tutto per unirmi a lui. Disdetti il contratto con "Gli Associati" e mi buttai in questa nuova avventura.
Roberto De Simone ti diede un ruolo fondamentale.
Roberto De Simone scrisse appositamente per me il prologo della commedia, un monologo di dieci minuti. Mi disse: "Lo farai direttamente alla prima, senza prove, voglio che sia una sorpresa". Questo dimostra la fiducia che aveva in me. Era incredibile pensare che io, un autodidatta, potessi arrivare a questi livelli. Ma io ho sempre sentito una forza superiore che mi guidava. Sono credente e penso che senza l'aiuto di Dio non avrei mai potuto fare tutto questo. Come può un autodidatta, senza studi musicali, arrivare a essere protagonista alla Scala di Milano o al San Carlo di Napoli?
"La gatta Cenerentola" debuttò a Spoleto e fu un successo immediato, internazionale. Da lì in poi, la mia carriera prese una piega straordinaria. Il destino, nel teatro e nella vita, ha sempre un ruolo imprevedibile. Io non ero nessuno, eppure mi sono trovato a vivere esperienze incredibili. Questo dimostra che nella vita conta la preparazione, ma conta anche il destino.
Quindi siamo andati a Roma al Teatro Argentina con La Gatta Cenerentola, io avevo un'abitudine. Siccome non ho una preparazione accademica, tutte le sere, anche alla trecentesima replica, prima di entrare in scena andavo dietro le quinte da solo per prepararmi e ripassare la parte, anche dopo 300 repliche in cui la facevo bene. Stiamo parlando del 1976-77. oltre al teatro, per passione personale, ho iniziato a provare tutti i monologhi dei grandi personaggi. Per esempio, mi piaceva Macbeth, ho fatto il suo monologo di, quello di Riccardo III, di Dostoevskij ne I fratelli Karamazov. Anche se magari non erano proprio la mia area, mi affascinavano e quindi ho iniziato a studiarli. Se vai sulla mia pagina Franco Giovanni Iavarone, puoi trovare tutti i monologhi che ho fatto: Il Mercante di Venezia, Riccardo III. Anche per la dizione , ho studiato tutto da solo. Non avevo un maestro, quindi mi preparavo con grande attenzione. Ora potrei anche dirti qualche battuta, ma non è che posso recitarti tutto Macbeth qui e ora!
Come è avvenuto l’incontro con Federico Fellini?
Tornando a La Gatta Cenerentola... eravamo a Roma. Una sera, dietro le quinte, vedo un signore alto, che curiosava dietro la scena. Mi incuriosì. Chiesi a un collega: "Ma chi è quello?". E lui mi rispose: "Ma chi sei, un paparazzo?". Allora mi avvicinai e gli dissi: "Senta, ma lei è...?". E lui mi rispose: "Io? Sono io!". Era Fellini. Sempre curioso, sempre attento. Io, senza pensarci troppo, gli dissi: "Noi lavoreremo insieme, maestro". E lui mi rispose: "Tu che ne dici? Dipende da te". Me ne andai senza insistere, senza allungare il discorso. Dopo quattro o cinque giorni, mi chiamarono: "Senti, c'è Fellini che ti vuole vedere". Stava preparando il film Prova d'orchestra.
Era il 1978. Io ebbi l'onore di essere scelto per il ruolo del basso tuba. Fellini aveva un modo tutto suo di lavorare. Mi chiese: "Hai imparato la parte?". Io, orgoglioso: "Sì, maestro! Ho lavorato tutta la notte per impararla". E lui: "Buttala, non serve a niente!". Perché lui scriveva tutto sul momento, non esisteva un copione fisso. E così nacque un rapporto artistico. Dopo Prova d'orchestra, feci la pubblicità degli rigatoni Barilla e, più avanti, La voce della Luna con Benigni. In quel film interpretavo il becchino Picafetta. Fellini mi voleva talmente tanto che per poco non rischiai di pagare una penale di 18 milioni di lire! Avevo già un impegno teatrale con Monica Vitti per Prima Pagina, tratto dal film di Billy Wilder. Monica Vitti era incredibile, una grande attrice, ma io avevo già preso un altro impegno con Fellini.
Lui mi disse: "Ma chi te l'ha fatto fare di andare a teatro? Dovevi stare con me a fare il film!". Ma ormai era fatta. Io sono sempre stato un uomo libero, ho sempre seguito la mia strada senza piegarmi. Alla fine, per fortuna, riuscii a conciliare tutto: finii di girare con Fellini nei giorni di pausa della compagnia e, con un volo all'ultimo momento, arrivai in tempo per riprendere lo spettacolo teatrale.
Nel frattempo capitava ogni tanto qualche altra occasione con grandi registi. Fui richiamato per un film girato a Sorrento, Attenti alla puttana santa di Rainer Werner Fassbinder.
Poi sei tornato al teatro.
Sì. A quel tempo ero impegnato in altre attività, tra teatro e collaborazioni varie, e dopo circa dieci anni mi ritrovai a lavorare in un altro progetto cinematografico, Paura e amore. Era una grande occasione, anche perché il cast includeva nomi importanti come Margarethe von Trotta alla regia, e Fanny Ardant. Se cerchi su YouTube o altre piattaforme, troverai molte delle mie interpretazioni, registrate nel corso degli anni, tra cui il "Macbeth" e altri spettacoli. Dopo "La Gatta Cenerentola", iniziarono a chiamarmi anche per le opere liriche. Debuttai al Teatro San Carlo di Napoli con Eleonora, dove Vanessa Redgrave interpretava Eleonora e io il ruolo dell'Inquisitore. Questo spettacolo fu trasmesso in mondovisione dal Teatro San Carlo, un'esperienza memorabile. Ricordo ancora l'intensità della scena in cui il mio personaggio accusava Eleonora, un momento carico di pathos e grande tensione scenica.
Successivamente, nel 1990, fui coinvolto in altri progetti operistici, come Il ratto dal serraglio di Mozart, rappresentato a Villa Campolieto a Napoli, dove interpretavo il custode. In seguito, presi parte anche a Il Socrate immaginario, inizialmente al Teatro San Carlo e poi alla Scala di Milano, interpretando il ruolo del Barone Saverio Matteo. Anche in questo caso, si trattava di un ruolo centrale nella parte recitata dell'opera.
Sempre dal San Carlo di Napoli seguì La furba e lo sciocco e Il maestro di cappella di Cimarosa, con la regia di Lamberto Puggelli. Quindi non ho lavorato solo con De Sicuro, ma anche con Alberto Pulcini, con cui avevo lavorato al Piccolo Teatro di Milano trent'anni prima. Mi chiamano a Napoli per interpretare Pulcinella, accanto ad Arlecchino, che era Ferruccio Soleri, il più grande Arlecchino del mondo. Ho avuto l'onore di lavorare al suo fianco e interpretavo Pulcinella. Quindi abbiamo portato in scena anche questo spettacolo.
Al cinema come ti sei destreggiato con nomi come Elio Petri, Mario Monicelli?
Ho lavorato con Elio Petri in Buone notizie, con Giancarlo Giannini, e sempre con Petri, che aveva vinto un Premio Oscar per Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Poi ho lavorato con Lizzani, in Fontamara, dove interpretavo Don Circostanza. Ho collaborato con tutto il gruppo pasoliniano, ad esempio in Il minestrone di Sergio Citti. E poi ci sono stati tanti altri progetti, talmente tanti che faccio fatica a ricordarli tutti!
Quanti ruoli hai intepretato?
Quando mi fai queste domande, mi guardo intorno per ricordare... Parliamo di duecento, trecento ruoli, uno diverso dall’altro! Ho interpretato personaggi in ogni ambito: dalla lirica al teatro, al cinema. Grandi caratteri, come Mangiafuoco, oppure Venere Lazzaro per la Figlia di Iorio, con la regia di Gregoretti. Di recente ho partecipato anche a Il giovane favoloso di Mario Martone. Ormai ho accumulato così tanti ruoli che in alcune produzioni mi prendevano anche solo per qualche battuta. Ma ho voluto fare tutto, perché questa è la mia carriera: sono stato sul palco con tutti, ho vissuto esperienze incredibili. Dicono che sono un ignorante, ma sono un ignorante con una grande esperienza!
Proprio l’altro ieri ho ricevuto una proposta per un progetto di primissimo piano. La mia agenzia lo sa bene: ogni giorno mi chiamano tutti perché vogliono coinvolgermi in qualcosa. Ho lavorato con Massimo Ranieri in Pulcinella, con la regia di Maurizio Scaparro. Questo non si trova più in archivio, purtroppo. Ma era un grande spettacolo! Interpretavo Scaramouche accanto a Massimo Ranieri. A Broadway ho interpretato Scaramouche, questo personaggio così particolare: ho vissuto l'atmosfera di Broadway, in mezzo a tutto quel fermento.
Poi è arrivato Pinocchio di Roberto Benigni, nel ruolo di Mangiafuoco.
Per quanto riguarda Pinocchio, in realtà il ruolo che ho interpretato inizialmente era destinato ad altri. Prima si parlava di Pavarotti, poi di Dario Fo, poi di Buzzanca, e alla fine l’ho fatto io. Con Benigni ci conoscevamo già, avevamo lavorato insieme in La voce della luna e in un altro film. In particolare, avevamo fatto Il minestrone, con la regia di Sergio Citti, dove recitava anche Giorgio Gaber. Era il 1981 o 1982. Ma non ho disdegnato le produzioni popolari: quelle funzionano sempre. Ad esempio, Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio, con la regia di Sergio Martino, dove c’era Lino Banfi che interpretava il mago.
Sai, ancora oggi non posso camminare per strada senza che qualcuno mi fermi per una foto! Dopo quarant’anni, a 86 anni, sono ancora fermato dalla gente che si ricorda i miei film e le mie battute. Alcune scene sono rimaste nella memoria collettiva. Ad esempio, in Così parlò Bellavista e 32 dicembre di Luciano De Crescenzo, interpretavo un personaggio le cui battute vengono ancora ripetute per strada. In totale, ho partecipato a circa 80 film e 150 spettacoli teatrali, di cui una trentina di grande rilievo. Ho lavorato con Gigi Magni e ho recitato in State buoni se potete, con Giovanna Mezzogiorno ne Il viaggio della sposa. E poi ci sono i ruoli che non ho fatto per un soffio. Ad esempio, ero stato scelto per interpretare Frate Dolcino ne Il nome della rosa, ma alla fine il personaggio è stato tagliato in sceneggiatura. Anche con Martin Scorsese ho avuto un’occasione: quando è venuto a Roma per girare un film, dovevo partecipare, ma non ho potuto perché ero impegnato con I ribelli per casa.
Torniamo al rapporto con Fellini. Vi frequentavate anche fuori dal set?
Fellini… Con lui avevo un rapporto speciale. Lo andavo a trovare spesso. Potrei raccontarti tante cose, ma alcune non si possono dire. Era un uomo magico, carismatico. Quando lo incontravi, incuteva un certo timore, ma poi, conoscendolo, scoprivi che era di una semplicità incredibile. Io lo seguivo spesso nello Studio 5, lo osservavo.
So che hai un progetto a Napoli.
Sì, ma se mi dedico anche alla pittura. Dopo tanti anni, ho trovato soddisfazione anche lì. Ho lavorato molto, ma non ho mai pensato ad arricchirmi. Il 10 luglio dovrò esibirmi al Teatro di Corte di Palazzo Reale a Napoli. Sarà un evento speciale, una cantata, e io interpreterò L’eretico sono io. Dovrò recitare il celebre monologo del Grande Inquisitore, tratto da I fratelli Karamazov di Dostoevskij, con un’intera orchestra alle mie spalle. A dirigere l’orchestra sarà il nipote di De Simone. Il nipote ha ereditato il suo talento: è il figlio del fratello di De Simone, ed è lui a occuparsi della musica. Quindi, porto avanti anche il suo lavoro con questa interpretazione. E questa passione per la letteratura si riversa nei quadri: ho realizzato molti quadri ispirati alla letteratura, soprattutto a Dante. Alcuni di questi diventeranno anche delle letture recitate. Ti consiglio di soffermarti in particolare sul Canto XXVI dell’Inferno, quello di Ulisse. Ho lavorato anche sul Conte Ugolino, su Caronte… insomma, ho recitato molti passi danteschi.Quindi ora hai il lusso di poter rifiutare.
Preferisco fare la fame piuttosto che accettare certi lavori. Ma sai che ti dico? Sono un uomo felice. A 83 anni, mi sento ancora un ragazzino. Quando recito Il mercante di Venezia o una scena di Riccardo III, mi capita spesso di riflettere su questi ruoli. Sono sempre stato molto legato al teatro, come quando ho interpretato La guerra dei Roses o le varie interpretazioni che ho dato ai personaggi più complessi, come nel Riccardo III, al funerale, il protagonista cerca di conquistare Lady Anna. Questo è il materiale con cui lavoro, ed è sempre stato così: quando mi trovo a recitare, voglio dare il massimo.
Come è cambiato il cinema italiano?
L'ho visto cambiare. Non dico che è peggiorato, ma è sicuramente diverso. Una volta c’erano attori che avevano una preparazione solida, pensiamo a Giannini, Volonté, Capolicchio. Oggi i grandi nomi si sono ridotti, ma ci sono ancora alcuni attori validi, come Favino, che considero un ottimo interprete. Ho visto crescere nuovi talenti e, a mio parere, alcuni sono veramente bravi. Per esempio, ho vinto un premio alla carriera insieme a Favino a ottobre, il premio Torquato Tasso. Sono molto fiero di averlo ricevuto. Per quanto riguarda le donne, ci sono ancora delle grandi attrici, come Cortellesi, che trovo eccezionale. Poi ci sono anche altre attrici che fanno bene il loro lavoro, ma la qualità generale, a mio avviso, è un po’ cambiata.
Penso che il segreto sia fermarsi al momento giusto e godersi ciò che si ha fatto. Oggi posso permettermi di rifiutare certi film, se non mi convincono, perché non ho più bisogno di dimostrare niente. Sono soddisfatto di quello che ho fatto.
È vero che hai conosciuto Arthur Miller?
Sì, ho conosciuto di persona Arthur Miller, il marito di Marilyn Monroe. Mi trovavo al Piccolo Teatro di Milano, nella stagione 74-75, ne L'opera da tre soldati. Portarono Miller. Era alto due metri e ci venne a salutare nel camerino. Questo è stato un incontro che non dimentico.
Com'era lavorare con Peppino De Filippo?
Lavorai con lui qualche mese prima che morisse. Quando recitavo con lui, ho visto cose incredibili. Una volta, Peppino piangeva e disse "non ce la faccio, non ce la faccio". Era un'emozione forte. Non dimenticherò mai come lui piangeva. Io mi avvicinai e dicci: "Tu sei Peppino De Filippo". E tutto cambiò.
Per tornare a Fellini, fu lui che mi ha insegnato a doppiare. Io non sapevo doppiare, non riuscivo nemmeno a entrare nel personaggio. Fellini, però, mi ha dato una mano: si metteva davanti a me, copriva le pagine, e mi diceva "guarda la mia bocca", e io cercavo di seguirlo. Solo così sono riuscito a imparare. La sua magia era unica. In Prova d’orchestra, un altro momento che mi ha segnato è stato quando entrava la musica. La polvere del borotalco che svolazzava, l’emozione che provavo in quei momenti, era qualcosa che non si può descrivere.
Quali attori ammiri?
I miei gusti vanno verso Orson Welles, Lorenzo Livi, Peter O'Toole. Sono tutti attori inglesi eccezionali, perché sanno recitare veramente. Poi c'è una cosa importantissima: devi imparare. Ma questo lo sanno fare solo i grandi attori. I grandi attori americani, per esempio, non recitano, e De Niro e Al Pacino sono esempi di questo. Capisci? Recitano in un modo che va oltre le parole.
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