Mostra del cinema di Venezia, recensione Father Mother Sister Brother
In concorso a Venezia 82, per la regia di Jim Jarmusch
Father Mother Sister Brother, con Cate Blanchett
I legami famigliari rappresentano il motore di Father Mother Sister Brother, supportato da un cast eccelso che ha saputo donare a ogni personaggio autentica profondità. La narrazione si sviluppa con dinamismo nonostante la scenografia fatta di ambienti casalinghi: un’autovettura, un appartamento, una casa con laghetto, un magazzino. Ambienti essenziali che raccontano l’esistenza di chi li ha vissuti. Famiglie geograficamente distanti eppure unite dagli stessi elementi come l’acqua, dagli stessi oggetti come un orologio, con l’immagine rallentata degli skateboard a rendere somiglianti luoghi e tempi distanti.
La regia di Jim Jarmusch divide in tre atti la narrazione e racconta magistralmente le tensioni, il disagio, le piccole bugie celate ai famigliari, dalle stranezze ai sotterfugi fino ai segreti più o meno ingenui. In ogni sequenza riesce a definire ciò che viene volutamente omesso dai dialoghi tra i famigliari, permette allo spettatore di percepire i loro dubbi o l’inquietudine. Una regia supportata abilmente dalla sceneggiatura, potente e mai banale, efficace e sostanziale, ma anche allusiva e mimica. La sequenza nella quale la madre, Charlotte Rampling, prende il tè con le figlie interpretate con altrettanta autenticità da Cate Blanchett e Vicky Krieps alterna momenti d’ilarità a un magnetismo elegante.
Father Mother Sister Brother racchiude poeticamente in sé quell’intricato senso della famiglia, conflittuale e al contempo essenziale, ricercato e rifuggito. Jim Jarmusch riesce nell’intento di creare un film autentico.
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