Recensione film Il rito: thriller soprannaturale, un percorso di coscienza
Nelle sale il thriller soprannaturale con Anthony Hopkins e Colin O'Donoghue, per la regia di Mikael Håfström.
Probabilmente la sensazione più forte che il film riesce a provocare nello spettatore è data dalla consapevolezza che la sceneggiatura è ispirata a fatti realmente accaduti, che realmente nel 2007 il Vaticano ha ordinato che ogni Diocesi si dotasse di un esorcista, perché i fatti ad esso riconducibili erano in forte aumento, fatti come quelli intensamente raccontati dal regista svedese Mikael Hafstrom.
Il punto vista di questo thriller soprannaturale è quello di un giovane seminarista gesuita, che, presi i voti per sfuggire al proprio destino famigliare, si accorge presto che la vita sacerdotale necessita prioritariamente di una fede incondizionata che non riesce a pervadere una mente ed un animo abituati ad interrogarsi e a cercare delle risposte razionali ai propri dubbi.
Quando la vita sacerdotale sembrava ormai arrivata all’epilogo, la convinzione di un superiore che aveva intuito la profondità di quella coscienza scettica ma allo stesso tempo capace di trovare la forza di dare sollievo e serenità, inducono il seminarista a darsi un’altra opportunità.
La proposta che non può rifiutare, suo malgrado, è quella di rimandare la decisione sul suo percorso ecumenico, dopo aver frequentato un corso per esorcisti a Roma.
Il giovane affronta il nuovo impegno con lo stesso scetticismo e raziocinio che lo aveva contraddistinto, ma una serie di eventi lo porteranno ad una visione più complessa e priva di sovrastrutture riguardo le forza del bene e del male che interagiscono nella vita.
Fondamentali nel suo percorso sono le presenze della giovane giornalista Angeline, la quale, apparentemente per lavoro, si trova a seguire lo stesso corso di esorcismo e soprattutto la potente figura di Padre Lucas, un esorcista, un prete fuori le righe, un uomo combattuto dai dubbi e dalla fede, un Antony Hopkins quasi ai livelli del Silenzio degli Innocenti, al quale in molti, a torto, ne hanno paragonato i personaggi.
La giornalista rappresenta il raziocinio, la visione scevra dei condizionamenti ecclesiastici, il punto di vista esterno di cui Michael ha bisogno per paura di perdere quel senso del reale a cui non vuole o ha paura ad abbandonare. Padre Lucas invece è esso stesso la guida del percorso, ma anche il percorso stesso, è il dubbio e la certezza che il confine tra reale e soprannaturale non è mai definito.
Il tutto è ambientato in una Roma dove, forse a ragione, sembra esserci solo il traffico e i buoni caffè, al punto che gli sceneggiatori hanno scelto Budapest come set per le scenografie minori, sicuramente con degli scorci più autentici e soprattutto con una libertà di movimento che "l’intasata" capitale italiana non è più in grado di offrire.
Il risultato fotografico riflette da una parte l’obbligatorietà, l'ovvietà delle "cartoline" romane e al contrario prende intensità negli interni e nei vicoli, dove una luce atemporale e apocalittica riconducono a quell’oscuro limbo tra reale e soprannaturale.
Superato il pathos e la forza delle scene più intense, dovuto più che dalla crudezza delle immagini al significato delle stesse, rimane la certezza dell’importanza dei propri dubbi, dell’impossibilità dell’assoluto, e come il giovane prete ritrova la fede accettando il demoniaco, allo stesso modo destrutturando lo scetticismo razionale, lo stesso percorso ci porta a contrastare chi quello scetticismo lo nega con la certezza della fede.
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