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Recensione del film Violet, un'opera conturbante elogiata dalla critica

06/06/2017 08:00
Recensione del film Violet un'opera conturbante elogiata dalla critica

"Violet" è il film che racconta per lunghe immagini un'esperienza adolescenziale.

Violet è il film di Bas Devos che sta ottenendo ottimi consensi di critica. È nelle sale statunitensi, e un cast composto da Cesar De Sutter, Koen De Sutter, Mira Helmer

“Violel” si apre con un accoltellamento all'interno del centro di Bruxelles: non è diretto, ma lo vediamo dalle quattro angolazioni dei monitor di sorveglianza.

A morire è un amico del quindicenne Jesse (Cesar De Sutter), che è lì con lui. Dopo l’accaduto Jesse piomba in un silenzio cupo, tanto che i genitori non riescono comprendere il suo atteggiamento.

Alcuni amici lo accusano di non fare un passo per rivelare chi sia stato l‘assassino, o si chiedono perché lui è sopravvissuto al posto dell’amico. I genitori di Jesse (Raf Walschaerts, Mira Helmer) percepiscono il suo dolore, ma sono impotenti a guarirlo.

Per tutto il film seguiamo Jesse lottare contro il torpore, ma con immagini che spesso esulano dalla trama, quasi un’opera di video-arte che s’insinua nel racconto. Un’immagine sfocata e colorata precede le Mountain Bikes che saltano spericolate, descrivendo la vita dei giovani ciclisti, immemori di quanto accaduto.

Così sono le sequenze lunghe a mostrare come la vita quotidiana emerge in un mistero che non si riesce a svelare, come fece il cinema-verité negli anni ’60, ma stavolta immerso in un ambiente thriller. I dettagli fanno disorientare lo spettatore, che non sa cosa stia osservando, se il film che ha iniziato a guardare oppure un documentario su alcuni momenti di vita, quasi antropologico.

In una sequenza la macchina da presa è all’esterno, inquadrando una casa notturna con una finestra al pianoterra, dietro cui ci sono delle persone. Nel medesimo momento al primo piano della casa c’è un’altra persona che si affaccia, mostrando così due vite separate nello stesso momento.

Il direttore della fotografo Nicolas Karakatsanis concentra le figure spesso in chiazze di colore: quando Jesse ha senso di colpa, la sua sagoma è sfocata e quasi invisibile contro la casa, mentre i membri della famiglia si dividono in forme di luce. Nella sua casa poco illuminata la figura di Jesse spesso è evanescente come un fantasma. Fino a quando lui conduce una bicicletta per strada, mentre è in sella ad un’altra. Segno ormai della sua incapacità di reagire.

È proprio questa la forza del film, che Variety ha lodato cerea un'alchimia evolutiva di percezione che circonda il protagonista, distorcendo il tempo, lo spazio e il colore “soffocando le sinapsi che collegano suoni e immagini”; le immagini evocative si susseguono e sono un piacere da guardare (Los Angeles Times), trionfante tour de force (Indie Wire).

Lo stesso momento in cui il regista filma un gruppo di persone che danzano in nu concerto, con Jesse presente tra luci psichedelichei, fa respirare il film della stessa esistenza, ampliando il tempo più di quello che rappresenta. Forse i cinque minuti più conturbanti del recente cinema.

La canzone del concerto è “Violet” della band black metal Deafheaven, che dà così il titolo al film e recepisce l’intera ansia del protagonista.

 
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