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Recensione del film Barriere

22/02/2017 07:30
Recensione del film Barriere

Barriere ("Fences") è il film diretto ed interpretato da Denzel Washington e Viola Davis: è candidato all'Oscar come migliore pellicola.

Barriere (“Fences”) è il film di Denzel Washington interpretato da lui stesso e Viola Davis, Stephen Henderson, Jovan Adepo, Russell Hornsby.

Nel 1950 a Pittsburgh il netturbino di colore Troy Maxson (Washington) vive con la moglie Rose (Davis) e il figlio Cory (Adepo). Con lui lavora l’amico Jim Bono (Stephen Henderson).

La provenienza teatrale di “Barriere” è evidente dalle prime scene, con dialoghi continui in unità di luogo: la sceneggiatura è basata sull’omonima pièce di August Wilson del 1983, vincitrice del premio Pulitzer e il film è candidato all’Oscar. “Tu compra dove vuoi. Io comprerò dove la gente è generosa con me”, dice Troy alla moglie Rose nel retro della casa, in una conversazione in cui sorseggia whisky. “Sono contento che Cory abbia trovato un lavoro, così si paga l’uniforme del college”, dice riferendosi al figlio, già facendo intravedere della ambizioni su di lui che certamente non collimeranno. “L’uomo bianco non gli darà alcuna possibilità con il football”, insiste, tratteggiando le linee di quest’affresco generazionale.

Troy infatti da giovane non fu ammesso nella squadra di baseball locale, per un motivo inerente una polmonite anche se lui ritiene che fosse dipeso dal colore della pelle.

A questo problema sociale se ne aggiunge uno personale: il figlio trentaquattrenne avuto da una precedente relazione, Lyons Maxson (Hornsby) va dal padre per chiedere un prestito, Troy lo invita a lavorare come netturbino ma il figlio vuole diventare un musicista. “Sei troppo bravo per fare il netturbino?”, ironizza Troy.

I dilemmi emergono fino all’entrata in scena di Cory, che di nascosto si allena a football ed è connivente con la madre. L’interpretazione di Viola Davis è screziata, tra sottomissione ai voleri del marito e dubbio sulla giustezza delle proprie idee di emancipazione, esprimendo con sguardi lucidi il propri desideri ormai avvizziti. Quella di Denzel Washington al contrario è solare, come se solo lui ambisse ad un rigore personale che - in definitiva - non approva. E il film da narrativo diventa recitativo, con dilemmi espressi a voce, forza delle inflessioni lessicali, abbassamenti di tono che fanno intendere un modo di ragionare ma anche il sentore di una generazione.

Il tema del film emerge così dal lavoro degli attori, con Troy che parlando cerca di far trionfare le proprie idee nonostante nutra dubbi sulla loro liceità. È giusto imporre scelte ai propri figli? Sopratutto si nasconde il timore che i consigli che si danno a loro non siano disinteressati, ma celino le proprie frustrazioni. È difficile comprendere se impedendo a loro di effettuare delle scelte, si pulisca un proprio fallimento. Troy impedisce così al figlio di giocare a football perché da giovane lui fallì in quella impresa, e ora invidia il figlio.

Da qui le confessioni: “Se rubo soldi, mi compro sia cibo che scarpe”, racconta Troy ai suoi amici riferendosi al proprio passato, al furto a causa del quale finì in prigione. Lo racconta sempre nel retro della sua casa, che diventa il luogo simbolo di amplificazione dei propri desideri. Confessione dei piccoli mutamenti che migliorano l’uomo: Troy infatti ha ottenuto una promozione, da netturbino ora condurrà il camion.

Il retro della casa è luogo teatrale perché è uno dei rari del film, ma anche emblema di come con una storia solida e un’interpretazione rifinita si possa amplificare un dubbio personale a dramma universale.

“Pensi che io non abbia voluto qualcuno con cui ridere, che mi facesse sentire bene”, piange Rose contro Troy dopo la confessione di lui che getta scompiglio e che porterà il film verso un finale inatteso. “Non sei il solo ad avere desideri e bisogni (…) ma li ho seppelliti dentro di me”, urla Rose. La rivelazione di Troy vanifica tutta la rigidità del suo carattere, e i principi che obbligava a seguire, rendendo il film anche uno scorcio sull’ironia del destino.

 
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